venerdì 24 luglio 2009

Storie di ordinaria follia (2) Ai soldati giapponesi piace spinellare

Il Giappone sta diventando per davvero un paese "normale". Dopo i lottatori di sumo, un'altra categoria di integerrimi sudditi dell'impero ha scoperto il fascino dello spinello. Nientepopodimenoche i soldati. La notizia l'ha data oggi l'agenzia giapponese Kyodo, per cui ci può fidare. Dopo un test delle urine condotto su oltre duemila soldati presso la caserma Nerima di Tokyo (a seguito dell'arresto di un soldato trovato con 7 grammi di marijuana addosso) sono ben 4 i militari risultati positvi: 3 reclute e un ufficiale. Buon segno. Se si diffondono le canne, tacciono i cannoni.

mercoledì 15 luglio 2009

Storie di ordinaria follia (1) Il mio primo melone muschiato




Questo è il mio casco. Ci sono molto affezionato. Primo perchè me l'ha regalato, con un gesto di estemporanea generosità tipicamente napoletana, un caro amico, Salvatore Cuomo.
Poi perchè mi ricorda un personaggio e un'epoca formidabile, infine perchè e comodissimo e di ottima qualità.
Potete immaginare la tristezza, ma anche lo stupore, quando un paio di sere fa, mi sono reso conto che me l'avevano rubato.
E' successo nell'androne del mio palazzo, a Shirokane, dove spesso non chiudo nemmeno la porta di casa e dove in genere lascio di tutto, compresa la borsa con il mio prezioso Mac, quando la sera, tornando dal lavoro, mi fermo un attimo a fare la spesa.
Anche l'altra sera ho fatto la stessa cosa, lasciando solo il casco. Ma dopo una mezz'oretta, non c'era più. Sparito. Qualcuno mi ha consigliato di andare dalla polizia, ma avrei perso solo del tempo: era chiaro che si trattava di un "itazura", un gesto cretino, da parte di qualche stronzo di passaggio. Ci ho dormito sopra, pensando che ahimè anche il Giappone stava perdendo il suo fascino di paese dove nessuno ruba nulla (tranne l'anima, ha scritto qualcuno, ma non è il caso di appesantire questo post). La mattina sono andato dal mio kanri-san, il portiere che dopo tre anni e passa comincia finalmente a salutarmi, dopo avermi guardato con sospetto (e giustificato fastidio, visto che spesso sbaglio la complicatissima divisione dell'immondizia). Gli ho chiesto se era possibile controllare il video della sera prima. All'entrata infatti c'è una telecamera che dovrebbe registare chi entra e chi esce. "Imposssibile, questione di privacy". "Ma allora a che cazzo serve, scusi", gli ho detto, pronto a strozzarlo. Lui deve aver capito che facevo sul serio e, divenuto improvvisamente gentilissimo, mi ha preso una sedia, acceso il monitor e spiegato come fare ad andare avanti e indietro. Alle 20:32 ecco il misfatto. Si vedono due ragazzi che entrano. Dopo qualche minuto, escono. Uno ddi loro ha il mio casco in testa. Chiedo al portiere se li conosce. "Certo - mi fa - uno vive qui, al terzo piano. Andiamo a vedere se c'è qualcuno. SOno persone perbene, la madre lavora di notte, dovrebbe esserci, a quest'ora". Saliamo al terzo piano. La madre in effetti sta dormendo. All'inizio sembra infastidita, poi stupita, poi preoccupata. In casa c'è anche il figlio: "chiedo subito". Dopo un attimo riappare sulla soglia, si sprofonda in un inchino, e ammette. "temo abbiate ragione, mio figlio ha confernato che ieri, l'amicco che era venuto a trovarlo ha trovato un casco e se l'è portato via. Non ho parole. Faccio immediatamente una telefonata alla madre di quel ragazzo e ve lo faccio riportare subito". Detto fatto.
Nel giro di un'oretta, bussano alla mia porta. Ci sono i due ragazzi, contriti e impauriti, e le due madri, affrante e preoccupatissime. In Giappone rubare è una cosa gravissima, e anche se in un caso del genere la cosa si risolverebbe con una ramanzina (in Giappone l'azione penale è discrezionale, in casi del genere non viene esercitata) la polizia VIOLANDO LA LEGGE, mantiene un suo "casellario" dove vengono registrati tutti i casi, dalle marachelle dei ragazzi al divieto di sosta. E al momento giusto, saltano fuori. I quattro sono insomma, oltre che sinceramente pentiti, molto preoccupati che lo "strano straniero" sia (giustamente) incazzato e che non si acccontenti delle scuse, e che denunci il fatto alla polizia.
Ovviamente non ho intenzione di farlo e li rassicuro subito. Soprattutto quando vedo il mio casco bello ripulito, le facce pentite dei ragazzi e lo sguardo addolorato e preoccupato della madre. E' sola, il marito l'ha lasciata con il figlio, non le ha mai dato uno yen. Lei è riuscito a mantenerlo e a portarlo all'università, facendo tre lavori, uno di giorno, uno da casa nel tempo libero, e uno la notte. Chiacchieriamo per oltre un'ora del più e del meno, e mi accordo che uno dei ragazzi è sparito.
Riappare con un'enorme scatolone. Visto che ho rifiutato una busta con - presumibilmente - del denaro (in Giappone si usa così), la madre l'aveva spedito a comprare della frutta. Tornato a casa, apro lo scatolone e, circondato da papaya, mango, fragoloni e un gigantesco grappolo d'uva, c'è il mitico melone muschiato. Roba da 20 mila yen, 150 euro, minimo. In vent'anni che bazzico questo paese, ne ho scritto spesso, ma non l'avevo mai assaggiato. Con il mio casco piazzato al centro del tavolo, me lo slurpo in un attimo. E mentre ne apprezzo la fragranza, mi scopro a pensare come sia bello vivere in un paese dove la follia, e l'onestà, sono ancora all'ordine del giorno. E si coniugano perfettamente.



*Dimenticavo. Ovviamente, ho reciprocato. Una bella bottiglia di vino italiano al portiere (che ora non solo mi saluta, ma mi apre la porta e si è offerto di innaffiare le piante in terrazzo, quando non ci sono) e una busta contenente mezzo chilo di spaghetti e una bottiglia di olio di oliva per la signora. Con due righe di aconmpagnamento, opportunamente concordate con i miei amici giapponesi. "Mi scuso per avere recato disturbo". E' uno dei principi fondamentali che regolano la società giapponese. Anche l vittime si debbono scusare. Se non avessi lasciato il casco in quel posto, quel giorno, il ragazzo non l'avrebbe preso, la madre non avrebbe dovuto scusarsi e io non mi sarei potuto pappare il melone muschiato.
W il Che...e lunga vita all'Imperatore!

lunedì 8 giugno 2009

Bufale miliardiarie?

Ringrazio Luca di Osaka per le sue osservazioni sul precedente post, e ovviamente condivido il suo stupore...
ma la realtà a volte supera la fantasia. E per ora, restiamo ai fatti. Ecco i giornali e le agenzie che hanno parlato della cosa.

http://ansa.it/site/notizie/regioni/lombardia/news/2009-06-04_104375664.html
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=356715
http://new.ticinonews.ch/articolo.aspx?id=161782&rubrica=2 (molto azzeccati e "tecnici" alcuni commenti...)
http://it.notizie.yahoo.com/7/20090604/tit-como-sequestrati-a-chiasso-titoli-us-afde0ec.html
http://www.aduc.it/dyn/dilatua/dila_mostra.php?id=262095

E questo è il comunicato stampa della Dogana di Chiasso. Non siamo in Aprile, quindi dubito che sia un pesce. E nemmno una bufala, a questo punto.


http://www.agenziadogane.it/wps/wcm/connect/resources/file/ebc2ab0abd8b8ed/cre-s-20090604-78836_chiasso.pdf?MOD=AJPERES

Interessante anche questo vecchio articolo, che riguarda il caso che menzionavo, accaduto dieci anni fa. L'ho ritrovato.
Non ci trovate qualche curiosa, inquietante similitudine?

http://archiviostorico.corriere.it/1997/marzo/05/Nella_valigia_mila_miliardi_co_0_9703059099.shtml

sabato 6 giugno 2009

Nuovi contrabbandieri: arrestati a Chiasso due giapponesi, nelle valigette, 100 miliardi di titoli di stato USA

Se è vero - ricordo un sequestro analogo in Korea, anni fa, finito in una bolla di sapone: in questo caso era un cittadino italiano che era stato trovato con centinai di milioni di titoli di stato giapponesi - è davvero una notizia inquietante e al tempo stesso gustosa.
Me l'ha segnalata un caro amico che lavora al Ministero degli Esteri, specialista nel pescare le "chicche", ovunque e comunque. Stando a quanto scrive il Messaggero (http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=60867), la guardia di finanza italiana avrebbe fermato un paio di giorni due "turisti" giapponesi alla stazione di Chiasso, diretti in Svizzera. Nel doppio fondo delle tradizionali "valigette", c'era un vero e proprio tesoro, in titoli USA. Si tratta di titoli obbligazionari della Federal Reserve per valore nominale di 500 milioni di dollari ciascuno e dieci bond Kennedy del valore nominale di un miliardo di dollari ciascuno. Insomma, qualcosa come 100 miliardi di euro, senza dilungarsi sul tasso di cambio. Bah. Quello che stupisce, per ora, è che la notizia non sia apparsa in prima pagina. Nè in Italia - e questo possiamo capirlo - nè qui in Giappone. E forse si capisce anche questo. Ma il punto è: come diavolo è finito nelle mani di due "giapponesi" non meglio identificati un simile tesoro? Cento miliardi di euro, ragazzi. Cento miliardi. Volevano comprare la Fiat? O è l'ultima trance per l'avvocato Mills? Speriamo comunque che la notizia sia vera, perchè, sempre che i titoli risultino autentici, lo Stato Italiano incasserebbe una colossale cifra, a titolo di ammenda: 38 miliardi euro. Per diventare eterno come KIm Il Sung, Berlusconi potrebbe distribuirli all'intero popolo italiano, non ho fatto i conti ma forse ci scapperebbe una casetta per tutti.

sabato 30 maggio 2009

I granchi del PC (giapponese)



Peccato. Reso un po' ebbro dal tutto sommato comprensibile successo del partito - 1000 iscrizioni al mese, sondaggi che parlano di raddoppio dell'attuale 5% (al proporzionale, all'uninominale nessuna chance) - il PC giapponese ha abbandonato la sua tradizionale sobrietà e si è lanciato in una discutibile campagna pubblicitaria che punta sul successo - questo sì inaspettato e come vedremo abbastanza artificiale - di un vecchio e commovente romanzo degli anni '30, e della sua "riduzione" (è proprio il caso di dirlo....) cinematografica che nei prossimi giorni uscirà nella sale giapponesi (sono molto curioso di vedere quale sarà la reazione: il film è una vera schifezza, è stato ideato e prodotto per far cassetta in tre settimane, e potrebbe rivelarsi un colossale flop)


Il romanzo in questione è KANIKOSEN "la nave inscatolatrice" (intraducibile in italiano, perchè non abbiamo mai raggiunto questa tecnologia nel settore della pesca: si tratta di imbarcazioni specializzate nella pesca di granchi, che, una volta pescati, vengono bolliti, sgusciati e inscatolati mentre si è ancora in navigazione) un romanzo drammatico e commovente nel quale Kobayashi Tajiki, un giovane scrittore comunista morto di torture in carcere a 30 anni nel 1933, quando il Giappone, in piena esaltazione nazionalista, era lanciato nella sua grande rincorsa all'Occidente, descriveva le terribili condizioni di lavoro degli operai-pescatori. Due di questi, disperati, si buttano in mare e vengono ripescati da un cargo sovietico, dove vengono accolti, oltre che salutare vodka, con grande generosità e spirito di solidarietà socialista. Preso atto della superiorità del "nuovo mondo", i due tornano sulla nave e provano ad organizzare uno sciopero. Vi lascio immaginare come finisce: arriva la marina militare ed il leader degli operai, Shinjo, viene freddato con un colpo di pistola dal comandante mentre stanno "trattando". Ma la mobilitazione continua, e alla fine il "messaggio" del romanzo è positivo, del tipo: alla fine il socialismo trionferà.

Peccato che l'opera del povero Tajiki, rimasta pressochè sconosciuta sino a pochi mesi fa, si stata riscoperta "per caso" e sia ora oggetto di un "boom" artificiale. A fronte di un ordine di 150 copie da parte di leader sindacale che ne voleva far omaggio ai suoi compagni, due grandi quotidiani, ricevuta la segnalazione dalla casa editrice Shinchosha (stupita dall'ordine) hanno parlato di un "boom", che ovviamente ancora non esisteva e mai sarebbe esistito. Ma i giapponesi leggono i giornali e ne hanno anche grande rispetto (anche se dovrebbero esercitare maggior senso critico, a mio modesto avviso) e hanno invaso le librerie dell'arcipelago in cerca del "capolavoro". Due intellettuali particolarmente "gettonati", Genichiro Takakhashi e Karin Amanomiya (ex nazionalista divenuta paladina dei no-global) ne hanno parlato - insultandosi a vicenda - su un terzo quotidiano nazionale, il MAINICHI. Risultato: oltre un milione di copie in pochi mesi, 50 edizioni, una versione "manga" etc etc.
Peccato anche per gli eredi del povero Tajiki, che a suo tempo avevano ceduto tutti i diritti ad una piccola fondazione che ha tenuto alto il suo nome (il che è ovviamente meritevole) ma che ora, ovviamente, si guarda bene dal dividere l'inaspettato gruzzolo che entra in cassa.





Ma la cosa peggiore è la voracità delle case cinematografiche, che fiutato il business, si sono buttate alla forsennata rincorsa del "granchio". Una decina di progetti, per ora uno arrivato, si fa per dire, in porto. Si tratta di "Kanikosen" di Sabu, un regista un po' schizzato noto in occidente per un paio di apparizioni al festival di berlino (Blessing Bell 2002, Monday 1999) uscirà, tra pochi giorni, sugli schermi giapponesi - e speriamo non in quelli intrnazionali, perchè rovinerebbe l'ottima reputazione del cinema contemporaneo giapponese. "Kanikosen" è stato ideato, girato e montato nel giro di tre mesi, e si vede. Nonostante il cast di tutto rispetto (il povero sindacalista, Shinjo, è Ryuhei MATSUDA, l'indimenticabile Akumu Tantei di Nightmare Detective di Shinya Tsukamoto e l'inquitante Gohatto dell'ultimo, omonimo capolavoro di Nagisa Oshima, mentre l'aguzzino, il luogotenete Asakawa, è Hidetoshi NISHIUMA, divenuto famoso grazie a Dolls di Kitano) il film non è che una squallida e francamente fastidiosa parodia del romanzo e sopratutto delle drammatiche tematiche sociali che affronta. Del resto Sabu, che nella conferenza stampa sembrava infastidito alle domande dei giornalisti stranieri, troppo "politiche", a suo dire, evidentemente non è nè Kitano nè Tsukamoto e le prestazioni delle due "star" evidentemente ne risentono.

Ma il quotidiano comunista Akahata ne ha fatto una recensione trionfale. Chissà, forse sperano che aldilà della fattura del film, le condizioni di lavoro in Giappone siano divenute talmente difficili oggi - al punto da paragonarle a quelle degli anni '30 - che il pubblico si concentrerà più sui contenuti e andrà a votare compatto per il partito che ha sempre difeso i temi del lavoro, della contrattazione collettiva, della solidarietà sociale.

Speriamo che, ci si passi la battuta, non finiscano per prendere....un granchio.

aerei di stato

Pare che mentre il governatore Mario Draghi annunciava l'Apocalisse, invitando la stato ad affrontare una situazione sempre più drammatica, un aereo di stato decollava da Ciampino per andare a "riprendere" il presidente del Senato Schifani "bloccato" a Mosca dal guasto dell'altro aereo di stato che ce l'aveva portato un paio di giorni fa.
Possiamo solo immaginare i costi per "muovere" ben due aerei di stato, nonostante vi siano ben due voli Alitalia disponibili, uno dei quali in offerta speciale, proprio in questi giorni: 366 euro.
Persino l'on. Italo Bocchino, il più che chiacchierato e indagato presidente dell'Associazione Parlamentare di Amicizia Italo-Giapponese, ha dato segni di morigeratezza: per venire in Giappone, si è accontentato di un volo di linea. Che la "casta" si stia cominciando a "pentire"?

domenica 24 maggio 2009

Musi gialli e razzismo a mezzo stampa




Ci ho pensato parecchio prima di intervenire, pubblicamente, su questa triste vicenda. Ho persino chiamato il direttore del Giornale, Mario Giordano (nella fotina), che ho incrociato un paio di volte in passato e che mi era sembrata persona "seria"e simpatica. Niente, non c'era, o si è negato, comunque non mi ha richiamato. Ho aspettato un altro paio di giorni e ho anche incontrato, per motivi diversi, l'ambasciatore giapponese a Roma, Ando. Niente. Non solo il fu "autorevole" IL GIORNALE, passato dall'estro integerrimo e iconoclasta di Indro Montanelli a "house-organ" della pluri-inquisita" Berlusconi spa", non chiede scusa, non solo non ospita la lettera dell'ambasciata, sacrosanta e tutto sommato anche troppo soft. Quello che più colpisce è l'assenza totale di reazione da parte del resto della stampa italiana (a parte il mondo dei blogger, che giustamente se ne è accorto eccome). Il che davvero è preoccupante.


Si va da "inutile saltarci su, finiremo per far pubblicità ad un giornale di merda", al semplice menefreghismo, fino ad arrivare ad una non dichiarabile, ma strisciante, solidale complicità...."embè? che c'è di male a chiamare i giapponesi musi gialli? perchè, sono verdi?". Battute raccolte in redazioni, non in osterie.
Che dire, per quanto mi riguarda - dopo anni e anni di rapporti anche burrascosi con le autorità giapponesi, a causa dei miei articoli considerati più o meno "scomodi" e "offensivi" dall'ambasciatore di turno (ma sempre rivolti verso governo, politici e autorità varie, non certo verso il popolo giapponese che amo e rispetto) - non posso che aggiungere la mia personale indignazione per questa incredibile caduta di stile, per questa sciatteria editoriale (non voglio nemmeno pensare che il collega che ha scritto quella frase l'abbia fatto con intento insultante: è semplicemente un cretino ignorante che lavora in una redazione dove i pezzi "passano" senza essere stati letti da qualcuno che abbia un livello culturale e professionale decente).
E' del tutto evidente che l'intento del collega - e forse della direzione (il che aggreverebbe la cosa, ecco perchè volevo parlare personalmente con Giordano per capire se fosse stata una "svista", sempre possibile, o un maldestro, becero tentativo di spacciare per satira un insulto razzista) - era quello di prendere in giro il buon "Lambertow". E ci mancherebbe. Cosa buona e giusta, visto quello hanno combinato (nel bene e nel male, però), tra lui e la moglie. Ma che c'entrano i poveri giapponesi? Che c'entra un popolo di 120 milioni di persone, tra le più oneste, educate, colte e diligenti del mondo, ingiustamente perseguitate, ingannate e oppresse nei secoli dei secoli (come noi italiani "mangiapizza" e "mafiosi"...) da "caste" politiche tra le più corrotte, arroganti e incapaci del pianeta.

Invece di sparare nel mucchio, invece di ricorrere a queste battute da pellicole americane del dopoguerra ("beccati questa raffica, sporco muso giallo") etc etc capaci solo di solleticare il più becero, e dunque pericoloso, dei razzismi (che nessuno, tanto meno noi italiani che troppo facilmente ci chiamiamo fuori è autorizzato a sottovalutare...) sarebbe davvero, per la stampa (ed i cittadini) italiani, utile crescere. E usare la giaculatoria della "globalizzazione" per affrontare con serietà i veri temi che riguardano i "musi" di ogni colore. Cercando solidarietà, anzichè alimentare le spesso inesistenti divisioni. Basta girare un po' il mondo, Giappone compreso, per capire che oramai non ci sono più musi "bianchi", "rossi", "neri" o "gialli". Ma solo musi preoccupati. E sempre più incazzati.

Per chi volesse saperne di più:
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=347623 (articolo originale sul GIORNALE del 30 Aprile 2009)
http://www.it.emb-japan.go.jp/italiano/comunicati%20stampa/Dini.htm (lettera di protesta sul sito dell'ambasciata)

mio articolo pubblicato sul manifesto:
di Pio d'Emilia 22 maggio 2009
TOKYO - Mantenere un minimo di decenza – che poi, in certi casi, diventa anche il massimo – dovrebbe essere un dovere di tutti, dai politici ai vescovi, dai delinquenti ai giornalisti.
Purtroppo non sempre è così e – chi l’avrebbe detto, per chi da anni denuncia il modello giapponese di sviluppo – ci tocca intervenire per segnalare il becero razzismo in cui è incorso IL GIORNALE, che lo scorso 30 aprile, nell’intento, più che legittimo, di ridicolizzare l’onorificenza che il governo di Tokyo ha conferito a Lamberto Dini, ha pensato bene di insultare l’intero popolo “giallo”. “Lambertow fa incetta di consensi tra i musi gialli giapponesi”, si legge nell’occhiello. Roba da propaganda bellica americana, con l’attenuante che almeno loro, all'epoca, erano stati vittime di un attacco, quello di Pearl Harbour, che una sapiente propaganda interna aveva definito (mentendo) improvviso e a tradimento. Ma che senso ha, oggi, ridicolizzare ed insultare 120 milioni di giapponesi, colpevoli soltanto, come noi italiani, di essere da sempre maltrattati, oppressi, ingannati e trattati come carne da macello per condurre improbabili “avanzate” dalle classi politiche probabilmente più arroganti e corrotte del pianeta?
Una svista? Sciatteria? Probabile. Ma allora perché IL GIORNALE rifiuta di pubblicare la lettera di protesta dell’Ambasciatore, scritta in punta di penna? In questo caso bastavano davvero due righe di scuse, magari anche spiritose, di cui il direttore Mario Giordano è certamente capace. Invece no, sta diventando un caso diplomatico. Non ricevendo risposta da tre settimane, la lettera – e l’articolo – sono ora in bella vista sul sito ufficiale dell’Ambasciata Giapponese, ad onore e gloria di questo nuovo prodotto dell”eccellenza” italiana. Il razzismo a mezzo stampa. Per quanto sciatto, e becero sia, guai a sottovalutarlo.