Qualcuno mi chiede cosa c'entri il particolare del guinzaglio con i sospetti sul "suicidio" del ministro Matsuoka. Ecco alcune chiavette di interpretazioni:
- Nè Matsuoka nè la sua famglia possiedono cani
- I cani non possono entrare nè in Parlamento, nè a Gruppi, nè presso gli edifici pubblici riservati ai membri del parlamento e del governo
- nel gergo mafioso locale, "inu" (cane) ha due accezioni. Quella di "pula" (poliziotto) e quella di "leccaculo".
In assenza (incredibilmente) di autopsia, ognuno può lavorare di fantasia e tirare le sue somme: che ci faceva Matsuoka con un guinzaglio in tasca?
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martedì 29 maggio 2007
Suicidio eccellente a Palazzo
Toshikatsu Matsuoka si è suicidato. Era uno dei ministri più "simpatici" dell'attuale governo. E con le sue belligeranti dichiarazioni ("finchè ci sono io, la bistecca americana non passa") era quello che, dopo il suo collega agli esteri Aso, dava a noi giornalisti i "quote" più succulenti.
Stava affogando in una serie di scandali, e pare abbia deciso, dopo una vita da burocrate e pochi mesi da politico, di morire da "samurai", come ha subito farneticato il governatore di Tokyo, Ishihara. Triste - e mestamente simbolica - fine, se è vero, come pare, che per impiccarsi allo stipite della porta di casa abbia utilizzato un guinzaglio.
Stava affogando in una serie di scandali, e pare abbia deciso, dopo una vita da burocrate e pochi mesi da politico, di morire da "samurai", come ha subito farneticato il governatore di Tokyo, Ishihara. Triste - e mestamente simbolica - fine, se è vero, come pare, che per impiccarsi allo stipite della porta di casa abbia utilizzato un guinzaglio.
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domenica 6 maggio 2007
Achtung sucidi/2
ACTHUNG SUICIDI/2
Il suicidio in Giappone è una tradizione antica e dai molteplici, affatto scontati risvolti ed implicazioni: per chi volesse approfondire l’argomento uscendo (e superando) il concetto nazionalpopolare e un po’ romantico di seppuku o harakiri che dir si voglia, suggerisco l’insuperato saggio di Maurice Pinguet, La mort volontaire au Japon, di cui non so se esista una versione inglese. Io ce l’ho in francese. Un libro che fa molto riflettere, anche per la sua capacità di affrontare l’argomento da una prospettiva rigorosamente laica, cosa molto difficile per un occidentale.
Ciò che colpisce oggi in Giappone, è lo storico avvicendamento generazionale, il “ricambio” di classe. Oggi a suicidarsi non sono più i nobili sconfitti, i politici che sbagliano, gli artisti e gli intellettuali. E nemmeno i vecchi, il cui suicidio, in passato, in realtà era tutt’altro che volontario (come si evince dal meraviglioso Narayama Bushiko, il film di Shoei Imamura vincitore della Palma d’Oro 1983 a Cannes, tratto dall’ancor più affascinante omonimo romanzo dello “scrittore maledetto”, e ahimè dimenticato, Shichiro Fukazawa*) bensì imposto dalla comunità, che non poteva più occuparsi di loro. Oggi che le condizioni di vita – soprattutto nelle campagne – sono migliorate, i vecchi non sono più costretti a farsi da parte e usano la loro saggezza per tenersi stretti la vita.
A suicidarsi oggi – oltre ai minorenni – sono i poveracci. I 40/50enni espulsi dal mercato del lavoro fisso che non potranno mai rientrarvi alle stesse condizioni. E allora come far fronte al mutuo, alle oltraggiose rette scolastiche, alle varie attività del tempo libero cui la famiglia si è abituata? Non resta che farla finita, grazie ad un perverso sistema – che per fortuna pare in via di revisione – in base al quale le assicurazioni pagano anche in caso di suicidio. Unico paese al mondo, che io sappia. Non essendovi alcun ostacolo di tipo religioso, il suicidio in Giappone ha un altissimo valore etico e sociale. Purtroppo, è una soluzione. Che consente alla faamiglia di sopravvivere decentemente. C'è un bel libro di Masahiko Shimada, a suo tempo tradotto in italiano per Einaudi ma che non è mai uscito, che si intitola Jiyuu Shikei, "Libertà di esecuzione". "La nostra società- mi spiegava in una vecchia intervista Shimada - prevede due forme di pena capitale: l'impiccagione, per i delinquenti e il suicidio per gli sfigati". Ho il testo della traduzione italiana, per chi lo volesse leggere.
*Shichiro Fukasawa, che ho avuto il privilegio di conoscere ed intervistare nel lontano 1985, poco prima che morisse in assoluta povertà e dimenticato da tutti, era un personaggio fuori dal comune. Scrittore, poeta, iconoclasta, burlone e menestrello. Autore della prima (e ultima) sferzante satira anti-imperiale pubblicata nel Giappone del dopoguerra. Uscì nel 1960, quando c’era ancora qualche editore coraggioso in giro. Si intitolava Furyu Mutan, “Sogno elegante”, e raccontava, con dovizia di particolari decisamente irriverenti, la decapitazione delle Loro Maestà Imperiali a seguito di un’improbabile insurrezione popolare. I difensori del sacro impero del crisantemo ovviamente reagirono da par loro: la casa dell’editore della rivista (Chuokoron, oggi divenuta una casa editrice ultraconservatrice) venne circondata peer due giorni e infine incendiata, la moglie restò uccisa nell’incendio assieme alla domestica ed il marito, tale Shimanaka, costretto alle dimissioni dopo le pubbliche scuse. Il folletto Fukazawa – era alto poco più di un metro e mezzo – decise di sparire e cominciò a girovagare per il Giappone mantenendosi come cantastorie, in giro per le osterie e i bordelli. Fino a quando si fermò in una fattoria di Saitama, alla periferia di Tokyo, assieme ad una ex prostituta che si era invaghita disperatamente di lui. “La fattoria dei sogni” l’avevano chiamata, ed è lì che lo intervistai, tra galline starnazzanti, fiumi di sakè e un duello all’ultimo stornello con la chitarra: lui cantava gli enka della più sporcacciona tradizione locale (chi ha detto che non c’è…) io le varie osterie… uno degli incontri più belli della mia vita in Giappone, peccato non aver avuto, all’epoca, una telecamera! Chi ne volesse sapere di più può digitare Shichiro Fukasawa: scoprirà che non tutto è mai stato sempre uguale qui, e che l’amnesia sociale non è congenita, ma provocata.
Il suicidio in Giappone è una tradizione antica e dai molteplici, affatto scontati risvolti ed implicazioni: per chi volesse approfondire l’argomento uscendo (e superando) il concetto nazionalpopolare e un po’ romantico di seppuku o harakiri che dir si voglia, suggerisco l’insuperato saggio di Maurice Pinguet, La mort volontaire au Japon, di cui non so se esista una versione inglese. Io ce l’ho in francese. Un libro che fa molto riflettere, anche per la sua capacità di affrontare l’argomento da una prospettiva rigorosamente laica, cosa molto difficile per un occidentale.
Ciò che colpisce oggi in Giappone, è lo storico avvicendamento generazionale, il “ricambio” di classe. Oggi a suicidarsi non sono più i nobili sconfitti, i politici che sbagliano, gli artisti e gli intellettuali. E nemmeno i vecchi, il cui suicidio, in passato, in realtà era tutt’altro che volontario (come si evince dal meraviglioso Narayama Bushiko, il film di Shoei Imamura vincitore della Palma d’Oro 1983 a Cannes, tratto dall’ancor più affascinante omonimo romanzo dello “scrittore maledetto”, e ahimè dimenticato, Shichiro Fukazawa*) bensì imposto dalla comunità, che non poteva più occuparsi di loro. Oggi che le condizioni di vita – soprattutto nelle campagne – sono migliorate, i vecchi non sono più costretti a farsi da parte e usano la loro saggezza per tenersi stretti la vita.
A suicidarsi oggi – oltre ai minorenni – sono i poveracci. I 40/50enni espulsi dal mercato del lavoro fisso che non potranno mai rientrarvi alle stesse condizioni. E allora come far fronte al mutuo, alle oltraggiose rette scolastiche, alle varie attività del tempo libero cui la famiglia si è abituata? Non resta che farla finita, grazie ad un perverso sistema – che per fortuna pare in via di revisione – in base al quale le assicurazioni pagano anche in caso di suicidio. Unico paese al mondo, che io sappia. Non essendovi alcun ostacolo di tipo religioso, il suicidio in Giappone ha un altissimo valore etico e sociale. Purtroppo, è una soluzione. Che consente alla faamiglia di sopravvivere decentemente. C'è un bel libro di Masahiko Shimada, a suo tempo tradotto in italiano per Einaudi ma che non è mai uscito, che si intitola Jiyuu Shikei, "Libertà di esecuzione". "La nostra società- mi spiegava in una vecchia intervista Shimada - prevede due forme di pena capitale: l'impiccagione, per i delinquenti e il suicidio per gli sfigati". Ho il testo della traduzione italiana, per chi lo volesse leggere.
*Shichiro Fukasawa, che ho avuto il privilegio di conoscere ed intervistare nel lontano 1985, poco prima che morisse in assoluta povertà e dimenticato da tutti, era un personaggio fuori dal comune. Scrittore, poeta, iconoclasta, burlone e menestrello. Autore della prima (e ultima) sferzante satira anti-imperiale pubblicata nel Giappone del dopoguerra. Uscì nel 1960, quando c’era ancora qualche editore coraggioso in giro. Si intitolava Furyu Mutan, “Sogno elegante”, e raccontava, con dovizia di particolari decisamente irriverenti, la decapitazione delle Loro Maestà Imperiali a seguito di un’improbabile insurrezione popolare. I difensori del sacro impero del crisantemo ovviamente reagirono da par loro: la casa dell’editore della rivista (Chuokoron, oggi divenuta una casa editrice ultraconservatrice) venne circondata peer due giorni e infine incendiata, la moglie restò uccisa nell’incendio assieme alla domestica ed il marito, tale Shimanaka, costretto alle dimissioni dopo le pubbliche scuse. Il folletto Fukazawa – era alto poco più di un metro e mezzo – decise di sparire e cominciò a girovagare per il Giappone mantenendosi come cantastorie, in giro per le osterie e i bordelli. Fino a quando si fermò in una fattoria di Saitama, alla periferia di Tokyo, assieme ad una ex prostituta che si era invaghita disperatamente di lui. “La fattoria dei sogni” l’avevano chiamata, ed è lì che lo intervistai, tra galline starnazzanti, fiumi di sakè e un duello all’ultimo stornello con la chitarra: lui cantava gli enka della più sporcacciona tradizione locale (chi ha detto che non c’è…) io le varie osterie… uno degli incontri più belli della mia vita in Giappone, peccato non aver avuto, all’epoca, una telecamera! Chi ne volesse sapere di più può digitare Shichiro Fukasawa: scoprirà che non tutto è mai stato sempre uguale qui, e che l’amnesia sociale non è congenita, ma provocata.
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Achtung sucidi/1
3 Maggio
ACHTUNG SUICIDI/1
Ci avete mai fatto caso? Le finestre degli alberghi, dal Park Hyatt ai love hotel sono sigillate. E così pure quelle delle abitazioni private: in genere quelle ai piani superiori puoi aprirle solo in parte: per cambiare l’aria. Ci passa il gatto, ma un corpo umano no. Per non parlare delle stazioni. Preoccupate (e seriamente danneggiate) dall’alto numero dei suicidi, le autorità, oltre ad avere iniziato a chiedere i danni ai parenti superstiti (cosa molto poco “giapponese”: tradizionalmente il suicidio elimina ogni pendenza, sia morale che finanziaria) stanno progressivamente trasformando le stazioni in giardini per l’infanzia a prova di graffio. Dopo aver raggiunto, tanto di cappello, il top mondiale per quanto riguarda l’abbattimento delle barriere architettoniche (ce le sogniamo noi, in Italia, certe strutture e attenzione per i disabili) le autorità pare si stiano lanciando in quelle anti-suicidio. Finestrini dei treni bloccati, intercapedini antituffo tra i binari, timide campagne "pubblicità progresso" che cominciano a fare la loro apparizione nei luoghi tradizionali dove la gente si va a suicidare, come la foresta Aokigahara alle pendici del Fuji. Epperò..
Epperò il numero dei suicidi in Giappone continua ad aumentare. Quest’anno il libro bianco della polizia è in ritardo (che stiano ancora valutando se inserire i dati sui suicidi dei gaijin: se un cinese si suicida in Giappone che figura ci facciamo?) ma stando alle indiscrezioni pare che abbiano superato ancora una volta quelli dell’anno scorso, oltre 32 mila, mantenendo dunque il tragico ritmo di uno ogni 15 minuti. Senza parlare degli oltre 20 mila johatsusha (“evaporati”), quelli che la mattina escono per andare in ufficio e non tornano mai più. Fortuna che il governo Koizumi, appena installato, aveva assunto l’impegno di ridurre il numero dei suicidi a 22 mila, entro il 2005. Il governo Abe, tra mille faccende (s)sfaccendato, pare abbia finalmente deciso di metter su una commissione speciale presieduta dal suo (ancora per poco: il tam tam di Nagatacho lo dà per silurato al rimpasto di luglio) capo di gabinetto Yasuhisa Shiozaki: obiettivo dichiarato, ridurre l’imbarazzante tasso dall’attuale 24.2 per 100 mila al 19.4%. Il Giappone è al terzo posto assoluto per numero di suicidi, ma al primo tra i paesi del G8. Meno chiaro è come intendono ridurre il tasso: nel documento governativo si parla di “consultori familiari” e “disincentivazione della pratica degli straordinari”. Auguri.
ACHTUNG SUICIDI/1
Ci avete mai fatto caso? Le finestre degli alberghi, dal Park Hyatt ai love hotel sono sigillate. E così pure quelle delle abitazioni private: in genere quelle ai piani superiori puoi aprirle solo in parte: per cambiare l’aria. Ci passa il gatto, ma un corpo umano no. Per non parlare delle stazioni. Preoccupate (e seriamente danneggiate) dall’alto numero dei suicidi, le autorità, oltre ad avere iniziato a chiedere i danni ai parenti superstiti (cosa molto poco “giapponese”: tradizionalmente il suicidio elimina ogni pendenza, sia morale che finanziaria) stanno progressivamente trasformando le stazioni in giardini per l’infanzia a prova di graffio. Dopo aver raggiunto, tanto di cappello, il top mondiale per quanto riguarda l’abbattimento delle barriere architettoniche (ce le sogniamo noi, in Italia, certe strutture e attenzione per i disabili) le autorità pare si stiano lanciando in quelle anti-suicidio. Finestrini dei treni bloccati, intercapedini antituffo tra i binari, timide campagne "pubblicità progresso" che cominciano a fare la loro apparizione nei luoghi tradizionali dove la gente si va a suicidare, come la foresta Aokigahara alle pendici del Fuji. Epperò..
Epperò il numero dei suicidi in Giappone continua ad aumentare. Quest’anno il libro bianco della polizia è in ritardo (che stiano ancora valutando se inserire i dati sui suicidi dei gaijin: se un cinese si suicida in Giappone che figura ci facciamo?) ma stando alle indiscrezioni pare che abbiano superato ancora una volta quelli dell’anno scorso, oltre 32 mila, mantenendo dunque il tragico ritmo di uno ogni 15 minuti. Senza parlare degli oltre 20 mila johatsusha (“evaporati”), quelli che la mattina escono per andare in ufficio e non tornano mai più. Fortuna che il governo Koizumi, appena installato, aveva assunto l’impegno di ridurre il numero dei suicidi a 22 mila, entro il 2005. Il governo Abe, tra mille faccende (s)sfaccendato, pare abbia finalmente deciso di metter su una commissione speciale presieduta dal suo (ancora per poco: il tam tam di Nagatacho lo dà per silurato al rimpasto di luglio) capo di gabinetto Yasuhisa Shiozaki: obiettivo dichiarato, ridurre l’imbarazzante tasso dall’attuale 24.2 per 100 mila al 19.4%. Il Giappone è al terzo posto assoluto per numero di suicidi, ma al primo tra i paesi del G8. Meno chiaro è come intendono ridurre il tasso: nel documento governativo si parla di “consultori familiari” e “disincentivazione della pratica degli straordinari”. Auguri.
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